Il Mediterraneo ha bisogno di cure: ci pensa l’Unione Europea

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Gli stock ittici nel mar Mediterraneo sono in forte riduzione. Il Parlamento Europeo, con una risoluzione del 13 Giugno 2017, invoca lo sviluppo delle aree marine protette per tutelare il mare.

 

La situazione degli stock ittici nel mar Mediterraneo, descritta nel testo della risoluzione europea del 13 Giugno 2017, non è delle più rosee. A incidere è l’uso di tecniche insostenibili per la pesca professionale. Più del 93% delle 17.000 specie che popolano il mare nostrum subisce uno sfruttamento che eccede di 2 o 3 volte il FSMY, l’indice di mortalità per pesca. Per l’Unione, l’obiettivo da conseguire entro il 2020 è quello di raggiungere, per tutte le specie, il massimo rendimento sostenibile (MSY) in modo da consentire il continuo ripopolamento all’interno del bacino del Mediterraneo. Intervenire è difficile: l’area mediterranea è una delle più densamente abitate e buona parte della sua economia, anche per quanto riguarda l’occupazione femminile, dipende dal settore ittico. L’attività antropica praticata sulle coste e in mare produce un tasso di inquinamento che inficia le condizioni ambientali delle acque e le risorse di stock. 

Una lacuna legislativa complica il quadro. Se, da un lato, la pesca su piccola scala costituisce circa l’80% della flotta mediterranea, con un indotto in termini di posti di lavoro di circa il 60% del totale del bacino, dall’altro manca una definizione condivisa a livello europeo di pesca artigianale su piccola scala. Come recita la risoluzione, infatti, “la piccola pesca costiera è definita formalmente soltanto ai fini del Fondo europeo per la pesca (regolamento (CE) n. 1198/2006 del Consiglio), come pesca praticata da navi di lunghezza fuori tutto inferiore a 12 metri che non utilizzano gli attrezzi trainati". Una definizione che non tiene conto di particolarità regionali e nazionali. Inoltre, mancano molti dati sull’attività della pesca artigianale e della pesca sportiva e ricreativa. Conoscere l’effettivo sfruttamento degli stock è dunque molto difficile.  

Quali soluzioni adottare, allora? Il parlamento europeo chiama in causa le aree marine protette, riconoscendone l’importanza in difesa della biodiversità marina e, di conseguenza, della piccola pesca. Nello specifico, si richiama il ruolo specifico che le riserve hanno nella cooperazione con la scienza e la piccola pesca, per la gestione corretta del patrimonio ambientale marino. Ad oggi, però, il sistema delle aree protette ha molta strada da compiere: non solo la superficie di mare tutelata rappresenta una percentuale insufficiente, ma anche il modo in cui alcune riserve sono gestite è inadeguato. Per questo gli obiettivi dell’Europa sono due: da un lato, incrementare il sistema fino a coprire il 10% dell’area mediterranea, dall’altro introdurre sistemi di monitoraggio e controllo verso le stesse AMP per garantire l’efficacia delle misure adottate, prediligendo un approccio ecosistemico.

 Il documento sottolinea anche la necessità di rivedere la normativa sulle reti da posta, in particolare per quanto riguarda il divieto dell’uso di reti da imbrocco nella pesca non commerciale. L’utilizzo di questa attrezzatura, infatti, è tra le cause di mortalità della Caretta Caretta, la tartaruga marina del Mediterraneo, come spiega il progetto Tartalife: una specie già protetta, ma ancora in progressiva riduzione.

 Ma la risoluzione UE punta a risolvere anche un problema particolare del mar Adriatico, quello della fossa di Pomo. Si tratta di un’importante nursery di scampi e naselli, oltre che di un raro ecosistema di profondità, situata a metà strada tra Italia e Croazia. Per tutelare le specie, bisognerebbe limitare la pesca nell’area, ma senza calpestare gli interessi dei pescatori che verrebbero colpiti dalle limitazioni.

La situazione del mare Adriatico è particolarmente delicata, presa tra il calo del pescato delle specie demersali, la progressiva scomparsa di squali e mante e il sovrasfruttamento delle specie più disponibili. Tutto a discapito dell’ambiente e della piccola pesca artigianale: dati allarmanti, se si considera che che l’Adriatico fornisce il 50% dei prodotti ittici del Paese. 

Sostenibilità, quindi, resta la parola chiave. Lo sfruttamento intensivo del patrimonio ambientale marino, se ha creato benefici economici immediati, per pochi, nel lungo periodo genera l’impoverimento degli ecosistemi e quindi del settore ittico. I primi ad essere colpiti, come emerge, sono i piccoli pescatori artigianali. Di conseguenza, verrebbero meno le numerose tradizioni legate alla marineria, che hanno reso così ricca la cultura mediterranea.  

Recepire le istanze dell’Unione sulla tutela del mare e sulla promozione della pesca sostenibile è una scelta etica, ma anche pratica, per salvaguardare il benessere delle popolazioni, umane e non, che vivono negli ecosistemi marini e costieri.

Istituire AMP, tutelare la biodiversità, limitare l’impatto delle attività umane: scegliere la sostenibilità è l’unica opportunità per garantire un futuro alle prossime generazioni che abiteranno il bacino del Mediterraneo. 

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